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trattodallarivista Rolling stone magazine 2007
La fine del Tibet
Il Dalai Lama non è solo una guida spirituale e un caro amico di Richard
Gere. Sarebbe anche la massima autorità della terra culla del buddhismo,
invasa quasi 50 anni fa dalla Repubblica popolare cinese... “RS” vi
porta alla scoperta di un paese senza futuro
DI Joshua Kurlantzick 15.09.2007
FOTO DI Rob Howard/Corbis
La piccola stanza in cemento puzza di urina. In un
angolo, una giovane donna distesa su un lettino in metallo si lamenta
sottovoce e vomita sangue. Un tempo monaca buddista, è convalescente
da un’operazione allo stomaco per curare lesioni interne
causate dalle percosse delle guardie cinesi. La sua compagna di
stanza, Lhundrub Zangmo, parla in un sussurro. La sua testa non è più rasata,
e i lunghi capelli neri le ricadono sul golfino aderente e ricamato.
Benché abbia lasciato l’abito, Zangmo è rimasta
profondamente religiosa. Ha tappezzato i muri della stanzetta con
foto di divinità buddiste e del Dalai Lama, la guida spirituale
dei tibetani. Zangmo e la sua amica sono fuggite a piedi pochi
mesi fa dal Tibet, oltre l’Himalaya, per approdare a questo
spartano centro per esuli tibetani in India. Erano state imprigionate
insieme a un gruppo di altre monache, alcune delle quali, arrestate
nel 1990 per aver inscenato una protesta a Lhasa, la capitale del
Tibet, contro l’occupazione cinese della loro terra nativa,
rimasero detenute addirittura per 16 anni. In prigione, le autorità cinesi
le sottoposero a brutalità di ogni genere. «I poliziotti
mi hanno infilato elettrodi nella vagina, poi mi hanno appeso al
soffitto», racconta con un filo di voce Zangmo. Alcune sue
amiche persero conoscenza non appena le guardie utilizzarono quegli
elettrodi da bestiame, ma Zangmo rimase cosciente e terrorizzata
per l’intera durata del supplizio. La polizia successivamente
trasferì le donne a Drapchi, la prigione più temuta
di Lhasa. Secondo organizzazioni per i diritti umani come l’International
Campaign for Tibet, nel paese ci sono centinaia di prigionieri
politici, la maggioranza dei quali appartenenti al clero buddista.
In molti sono morti di tortura sotto le grinfie delle autorità cinesi:
sottoposti a elettroshock o salassi forzati, o appesi al soffitto. «Cercarono
di strapparmi le braccia, mi picchiarono gambe e braccia con sbarre
di metallo, e mi inflissero l’elettroshock», ricorda
Phuntsog Nyidron, un’altra monaca imprigionata a Drapchi.
Dopo ripetuti pestaggi, un monaco di nome Lobsang Choephel si impiccò alle
sbarre delle propria cella. La punizione più severa fu riservata
a coloro che si erano rifiutati di abbandonare la propria fede.
Un giorno, quattro monache che non volevano abiurare alle proprie
convinzioni religiose di fronte ai secondini cinesi «furono
picchiate selvaggiamente. E morirono insieme». Zangmo fissa
il pavimento e comincia a piangere, mentre la voce le si incrina.
Un tempo Lhasa era la capitale di un remoto regno dove una lunga
teoria di Dalai Lama vigilava su una civiltà infusa di spiritualità,
perpetuata in oltre 6000 monasteri e protetta dalla cime innevate
dell’Himalaya. In quella terra consacrata, i tibetani hanno
costruito una cultura distante e mistica, una fede che ha permeato
interamente le loro vite. Secondo Robert Thurman, uno dei più autorevoli
studiosi del Tibet, grazie alla loro adorazione di tutto ciò che
vive i tibetani hanno preservato il più sofisticato ecosistema
della Terra, la sorgente di fiumi che alimentano quasi metà della
popolazione mondiale: «Ma è un ambiente così fragile
che, una volta scomparso, non potrà ritornare mai più».
Lontanissimi dal mondo, i tibetani hanno creato una religione composta
di rituali ultraterreni e strutture monumentali. Ancora oggi, il
luccicante palazzo bianco del Potala, sede di generazioni di lama,
svetta al di sopra dei moderni grattacieli di Lhasa, con le tombe
dei passati Dalai alte 15 metri e coperte d’oro e gemme.
Per i tibetani, la devozione si incentra sul Dalai Lama, considerato
un dio in terra. In un mondo pieno di guerre e consumismo, l’attuale
Dalai – che vive in esilio nella città indiana di
Dharamsala da quando la Cina occupò il Tibet nel 1959 – è diventato
un’icona globale, fonte di ispirazione morale per milioni
di persone.
Ma forse per il Tibet si sta avvicinando il momento
della fine. Da ormai un decennio Pechino sostituisce sistematicamente
i monaci locali più venerati con propri leader fantoccio,
torturando e uccidendo coloro che si rifiutano di sottomettersi
all’autorità cinese. Invade il Tibet con migliaia
di immigrati cinesi, che hanno assunto il controllo dell’economia,
trascinando tanti tibetani alla povertà e alla prostituzione.
E trascina tentativi di dialogo con il Dalai Lama, con la conseguenza
che alcuni militanti hanno accusato il loro dio-guida di aver ceduto
a Pechino. Sempre più giovani rifiutano l’impegno
nonviolento del Dalai, per seguire invece tattiche da militanti
palestinesi. Diversi ribelli hanno fatto irruzione nelle ambasciate
cinesi, sgozzato immigrati, abbandonandone poi i cadaveri nelle
strade di città rurali come monito per coloro che considerano
collaborazionisti. Persino lo stesso Dalai Lama, eternamente ottimista
sulla sua patria, non può fare a meno di temere per il futuro. «Questo è un
periodo critico per il Tibet», mi dice a una conferenza a
New York nell’autunno del 2006. «Non sappiamo cosa
succederà». E rivolto alla sua gente: «Davanti
a noi c’è l’estinzione».
Nel 1959 la Cina si annesse il Tibet: i soldati di
Mao fecero a pezzi monasteri, bombardarono antichi palazzi e uccisero
1.200.000 persone. Migliaia furono quelli passati per le armi;
molti di più morirono di privazioni, costretti a sostentarsi
unicamente con una brodaglia a base di corteccia e foglie. Ma un
simile pugno di ferro non riuscì a distruggere l’identità culturale
del Tibet. Alla fine degli anni 80, i tibetani esasperati dall’oppressione
cinese iniziarono il contrattacco, scendendo per le strade di Lhasa
per chiedere l’indipendenza. Hu Jintao, un oscuro burocrate
di partito con un ciuffo alla Elvis, impose la legge marziale,
distaccando migliaia di soldati in loco. Ma riuscì solo
ad attirare sostegno internazionale alla causa tibetana. Nel 1989
il Dalai Lama ricevette il premio Nobel per la Pace; la lotta del
suo popolo affascinò artisti e politici occidentali come
Richard Gere, Adam Yauch dei Beastie Boys e lo stesso Congresso
degli Stati Uniti, che l’anno scorso ha deliberato il conferimento
della Medaglia d’Oro al Dalai. Oggi la Cina ha adottato un
approccio più sottile e sofisticato. Il nuovo presidente – Hu
Jintao, ancora lui – si è fatto furbo, anche perché brama
i miliardi di barili di petrolio e gas scoperti di recente in Tibet
per alimentare l’industrializzazione di una Cina affamata
di energia. Quindi Pechino ha attuato una nuova politica definita «stretta
con due mani»: fagocitare i tibetani e al contempo mettere
a tacere con discrezione coloro che si ostinano a pretendere libertà.
Hu ha deciso di minare il nucleo stesso dell’identità tibetana:
il monaco e la sua autorità insieme spirituale e secolare.
Pubblicamente, la Cina ha annunciato nuove politiche
che promuovono la tolleranza nei confronti del buddismo. Pechino
ha stanziato fondi per il restauro del palazzo del Potala, e aperto
monasteri destinati ai turisti. Ma un monaco anziano, che vive
in una fatiscente capanna di fango non lontano dal Potala, descrive
quanto accade veramente. «Il monastero è pieno di
agenti della sicurezza in borghese. Non esiste un solo istante
in cui i monaci possano riunirsi senza sorveglianza. I cinesi istituiscono “campagne
patriottiche”, e tutti i monaci sono costretti ad abiurare
il Dalai Lama. Quando entrai in monastero, parlare con gli stranieri
non era illegale. Oggi sì». Dentro quelle mura, le
autorità cinesi dominano l’educazione dei novizi,
impedendo ai ragazzi con un passato nell’attivismo politico
la condizione di lama e stabilendo un numero chiuso (e indottrinato)
di studenti. «La Cina è stata abile nel creare una
facciata di libertà sociale e politica», spiega un
attivista dei diritti umani. «Non vanno più in giro
a spaccare le teste ai monaci, come negli anni 80 e 90».
La sera del 4 febbraio 1997, alcuni religiosi del centro del Dalai
Lama a Dharamsala stavano traducendo scritture tibetane in una
stanza adorna di tende dorate, quando sei uomini armati di coltelli
li assalirono. Gli assassini sgozzarono Lobsang Gyatso, un anziano
amico intimo del Dalai Lama, pugnalandolo con tale ferocia che
il sangue schizzò fin sui muri. Gli altri due monaci presenti
furono fatti a pezzi. Benché il convento contenesse manufatti
di inestimabile pregio, gli assassini non portarono via nulla di
valore. La polizia indiana attribuì gli omicidi a Dorje
Shugden, un’oscura setta buddista tibetana che si oppone
al Dalai Lama, e molti tibetani sono convinti che la Cina le abbia
fornito sostegno finanziario.
La campagna cinese per indebolire i monaci tibetani
si impernia sul Panchen Lama, il capo buddista secondo solo al
Dalai, che contribuisce a scegliere il nuovo Dalai Lama alla morte
del precedente. Analogamente ai lama tibetani più potenti,
anche il Panchen è scelto attraverso un antico rituale di
reincarnazioni, nel corso del quale l’anima del monaco morto
viene riconosciuta in quella di un bambino. Questa tradizione unica è essenziale
per il potere dei lama: i tibetani credono che, attraverso la rinascita,
l’anima dello stesso Budda riviva nei loro capi. Per trovare
il predestinato, i monaci percorrono l’aspro paesaggio del
Tibet in lungo e in largo anche per anni, consultando oracoli,
visioni e indizi nel cielo o nelle acque del lago Namtso, sull’Himalaya,
4600 metri sopra il livello del mare. Nel corso dell’esame
decisivo, i monaci consegnano al bambino scelto gli effetti personali
del morto. Se il ragazzino è veramente la sua reincarnazione,
li riconosce come propri dalla vita precedente. Questo fino al
1989, quando il decimo Panchen Lama morì di una misteriosa
malattia, contratta poco dopo aver pubblicamente criticato il governo
cinese. Diversi tibetani pensano a un avvelenamento, e Pechino
non ha mai permesso un’indagine in merito. La Cina si ritrovò improvvisamente
l’opportunità di assumere il controllo del buddismo
tibetano: doveva solo scegliersi il Panchen Lama, che a sua volta
avrebbe selezionato un Dalai Lama fantoccio, gradito alle autorità di
Pechino. Un anziano monaco che prese parte alla scelta, l’Arjia
Rinpoche, fuggì dal Tibet nel 1998 e vive ora in esilio
in America. Quando l’anno scorso sono riuscito a rintracciarlo,
ho scoperto che aveva scritto un memoriale inedito. Mi parlò al
telefono per ore, come un uomo che attendeva da anni di confidarsi.
Ritornava ossessivamente a una data: il 29 novembre 1995. Le prime
ore di quel mattino, l’Arjia e altri monaci anziani si accalcarono
all’interno del Jokhang, il tempio più sacro di Lhasa.
Guizzi di lampade al burro di yak proiettavano ombre sui volti
di ghignanti divinità guerriere dipinte sui muri. Fumo d’incenso
si spargeva per tutto il tempio. Le divinità vegliavano
su una piccola urna dorata sopra un tavolo drappeggiato di seta
gialla. Era stata portata dai cinesi: ai monaci si era unito un
gruppo di funzionari venuti apposta da Pechino e vestiti in eleganti
completi moderni. I lama si fissavano l’un l’altro,
nervosi. La notte precedente, alcune guardie cinesi li avevano
spinti a forza dentro lo Jokhang, attraverso strade deserte pattugliate
da soldati, e avevano ordinato loro di prepararsi per una cerimonia,
altrimenti, aveva minacciato un funzionario, «vi puniremo
senza pietà». Mentre si avvicinava l’alba, con
poliziotti cinesi in borghese piazzati ovunque, i monaci iniziarono
a scegliere il Panchen Lama. Ma quella scelta era già stata
compiuta.
Alla morte del Panchen precedente , alcuni eminenti
monaci avevano lavorato in segreto con il Dalai Lama per condurre
una ricerca del nuovo lama, secondo le antiche tradizioni. Dopo
anni di ricerche, lo avevano identificato in Gedhun Choekyi Nyima,
il figlio di una famiglia di pastori del Lhari, una regione del
Tibet centrorientale. Il 14 maggio 1995 il Dalai Lama riconobbe
Nyima come undicesimo Panchen Lama. Ma il governo cinese reagì furiosamente.
I servizi di sicurezza cinese rapirono subito il ragazzo e lo condussero
a Pechino. Subito dopo, funzionari cinesi convocarono i monaci
a una runione d’emergenza, ordinando loro di sconfessare
il Panchen scelto dal Dalai Lama. Quando i monaci ubbidirono, in
diretta tv, furono ricompensati con 1250 dollari ciascuno, una
fortuna in un paese in cui il reddito annuale pro capite non raggiunge
i 500. La Cina poi inviò spedizioni nelle città natali
dei ragazzi di suo gradimento per la posizione di Panchen Lama
e li trascinò in un luogo appartato. Mentre dentro lo Jokhang
si avvicinava l’alba, i funzionari cinesi sistemarono pezzi
di avorio contrassegnati con i nomi di ciascun ragazzo all’interno
dell’urna dorata. Bomi Rinpoche, un lama designato dal governo
cinese, si avvicinò al tavolo. Strofinò i bordi dell’urna,
scelse uno dei pezzi e lo passò a Luo Gan, un importante
funzionario cinese, che lesse un nome: Gyaincain Norbu, il figlio
di 6 anni di un membro del partito, che guarda caso attendeva nella
stanza a fianco, vestito dei paramenti sacri. Luo gli disse, stringendogli
la mano: «Ama la patria e studia seriamente». Dopo
l’incoronazione del piccolo, l’ufficio del Dalai Lama
dichiarò la cerimonia «nulla e illegale». Appena
nove giorni dopo l’elezione, i funzionari cinesi condussero
Norbu a un altro monastero tibetano, vigilato da soldati. Il minuscolo
ragazzino fu issato sopra un trono gigantesco e centinaia di monaci
furono radunati di fronte a lui e costretti a prostrarsi. Norbu
ha svolto diligentemente il proprio compito. Alla prima apparizione
pubblica importante, una conferenza di buddisti tenutasi in Cina
nell’aprile del 2006, ha lodato Pechino: «La società cinese
fornisce un ambiente favorevole alle convinzioni buddiste».
Aggiungendo, rivolto ai media cinesi: «Non avremmo potuto
raggiungere tutti questi risultati senza la buona guida del partito
comunista cinese». Con l’attuale Dalai Lama ormai 72enne,
Norbu è nella posizione di giocare un ruolo dominante nel
futuro del buddismo tibetano e nella scelta (cinese) del prossimo
Dalai.
Nel frattempo, Nyima è svanito nel nulla.
Nell’aprile del 2006, Asma Jehangir, un’inviata speciale
delle Nazioni Unite per la libertà religiosa, espresse alle
autorità cinesi la propria preoccupazione sulla sorte del
giovane. Pechino rifiutò di mostrarlo in pubblico, ma informò la
Jehangir che «conduceva una vita normale e felice».
Secondo tibetani che hanno viaggiato fino alla città natale
di Nyima, il ragazzo resta a Pechino, sotto stretta sorveglianza.
Probabilmente i funzionari cinesi in qualche occasione lo hanno
introdotto di nascosto in Tibet perché possa rivedere la
famiglia, ma queste visite non vengono mai annunciate, forse nel
timore che molti si radunino intorno all’autentico Panchen,
il loro ragazzo-dio. Un tibetano mi ha fornito quella che secondo
lui è una fotografia di Nyima, ottenuta da fonti vicine
alla famiglia del ragazzo. Lo scatto mostra un bambino dal volto
lunare, con i capelli corti. Seduto su un semplice letto in una
stanza spoglia, fissa con aria triste e a occhi spalancati la macchina
fotografica. Fine della prima parte.
La nostra inchiesta sul destino del Tibet continuerà e
si concluderà sul numero di ottobre. |