A P P E L L O

Fare in modo che il Tibet venga riconosciuto dall' ONU come un luogo di pace mondiale e patrimonio dell'umanità.



Il Kivani per il Tibet







Tanta gratitudine verso l'India per accogliere i tibetani rifugiati


Il mondo con il Tibet in rivolta

Manifestazioni di solidarietà nei confronti dei tibetani davanti alle ambasciate cinesi di mezzo pianeta
Il governo tibetano in esilio denuncia: "Centinaia di morti"
__________

Questa foto scattata dai servizi britannici fa vedere soldati cinesi che si apprestano a travestirsi da monaci che faranno poi le violenze che verranno riprese dalla TV cinese.... senza commenti



http://www.skylife.it/html/skylife/tg24/mondo.html?idvideo=66162
www.tibet.net

Il perchè del silenzio del Vaticano





Ci aspettiamo che oltre a Steven Spielberg, Carlo d'Inghilterra, altri personaggi famosi, sportivi e colciatori italiani nonchè direttori di giornali, stilisti e intellettuali , prendano pubblicamente posizione contro queste olimpiadi macchiate di sangue innocente, e soprattutto ci aspetta che siano i politici a prendere una chiara posizione in merito. Ora se la politica e anche la politica Vaticana ilsi degnasse di guardare alle violazioni dei Diritti Umani perpetrate dalla Cina, forse il vento potrebbe cambiare.


Boicottare tutti i candidati alle prossime elezioni italiane che
non prendono una seria posizione contro il governo cinese.
Boicottare tutti gli sponsor olimpici che non hanno alzato la voce.
Boicottare tutte le firme di stilisti che fanno affari sfruttando i cinesi
e dai quali non abbiamo sentito dichiarazioni di protesta per questo genocidio.
Boicottare i giornali che non danno notizie
Boicottare gli atleti che separno i propri interessi sportivi dal senso di integrità morale




a.. www.DOSSIERTIBET.it
a.. www.ITALIATIBET.org
a.. www.PHAYUL.com
a.. www.REPUBBLICA.it
a.. www.tibet.net
Sito ufficiale di S.S Dalai lama: www.dalailama.com

Governo Italiano: www.governo.it


Sito più aggiornato sull’informazione quotidiano sul Tibet: www.phayul.com


Siti NGO internazionale

Amnesty international Italia: www.amnesty.it

United nation high commissione for refugee: www.unhcr.it

Siti d’associazioni di sostegno per causa Tibetana in Italia

Ass. Italia-Tibet: www.italiatibet.org

Ass.campagna di solidarietà con il popolo tibetano: www.dossiertibet.it

Siti di Campagna internazionale per il Tibet libero

INTERNATIONAL CAMPAIGN FOR TIBET: http://www.savetibet.org/action/index.php

ACT FOR TIBET: http://www.actfortibet.org/

GAMES OF BEIJING: http://www.games-of-beijing.org/

OLYMPIC WATCH: http://www.olympicwatch.org/

2008 FREE TIBET: http://www.2008-freetibet.org/

TIBET VIGIL: http://www.tibet-vigil.org.uk/

WORLD TIBET DAY: http://www.worldtibetday.org/

Siti di NGO tibetani

GU-CHU-SUM MOVEMENT OF TIBET: http://www.guchusum.org/

KHAWA KARPO: http://www.khawakarpo.org/

TIBETAN CENTRE FOR CONFLICT RESOLUTION: http://www.tccrinfo.org/

TIBETAN CENTRE FOR HUMAN RIGHTS AND DEMOCRACY: http://www.tchrd.org/

Associazione Donne Tibetane: http://www.tibetanwomen.org/

Congresso giovani Tibetani (TYC): http://www.tibetanyouthcongress.org/

STUDENTS FOR FREE TIBET - INDIA: http://www.sftindia.org/

Radio Tibetano Broadcast

RADIO FREE ASIA: http://www.rfa.org/tibetan

VOICE OF AMERICA: http://www.voanews.com/

VOICE OF TIBET: http://www.vot.org

RADIO TIBET TORONTO: http://www.radiotibettoronto.com/

TIBET CAFE - AUDIO NEWS : http://www.tibet-cafe.net/eu/content/view/200/79/

TIBET CAFE - VIDEO NEWS: http://www.tibet-cafe.net/eu/content/view/17/56/

TIBET CONNECTIONS: http://www.thetibetconnection.org/

FRONTLINE: http://www.pbs.org/wgbh/pages/frontline/shows/tibet/

TIBET BROADCAST: http://www.tibetbroadcast.com/

Si fa sempre più pressante la richiesta di boicottaggio dei giochi olimpici di Pechino 2008. In tanti si chiedono come possano gli atleti partecipare a dei giochi olimpici che mai come in questa occasione sono macchiati di sangue innocente. Dalla Birmania al Darfur fino agli ultimi fatti del Tibet, è più che evidente che la Cina non merita di ospitare dei giochi che dagli albori della storia sono sinonimo di Diritti, Pace e Libertà.

per saperne di più:

trattodallarivista Rolling stone magazine 2007
La fine del Tibet
Il Dalai Lama non è solo una guida spirituale e un caro amico di Richard Gere. Sarebbe anche la massima autorità della terra culla del buddhismo, invasa quasi 50 anni fa dalla Repubblica popolare cinese... “RS” vi porta alla scoperta di un paese senza futuro

DI Joshua Kurlantzick 15.09.2007
FOTO DI Rob Howard/Corbis

La piccola stanza in cemento puzza di urina. In un angolo, una giovane donna distesa su un lettino in metallo si lamenta sottovoce e vomita sangue. Un tempo monaca buddista, è convalescente da un’operazione allo stomaco per curare lesioni interne causate dalle percosse delle guardie cinesi. La sua compagna di stanza, Lhundrub Zangmo, parla in un sussurro. La sua testa non è più rasata, e i lunghi capelli neri le ricadono sul golfino aderente e ricamato. Benché abbia lasciato l’abito, Zangmo è rimasta profondamente religiosa. Ha tappezzato i muri della stanzetta con foto di divinità buddiste e del Dalai Lama, la guida spirituale dei tibetani. Zangmo e la sua amica sono fuggite a piedi pochi mesi fa dal Tibet, oltre l’Himalaya, per approdare a questo spartano centro per esuli tibetani in India. Erano state imprigionate insieme a un gruppo di altre monache, alcune delle quali, arrestate nel 1990 per aver inscenato una protesta a Lhasa, la capitale del Tibet, contro l’occupazione cinese della loro terra nativa, rimasero detenute addirittura per 16 anni. In prigione, le autorità cinesi le sottoposero a brutalità di ogni genere. «I poliziotti mi hanno infilato elettrodi nella vagina, poi mi hanno appeso al soffitto», racconta con un filo di voce Zangmo. Alcune sue amiche persero conoscenza non appena le guardie utilizzarono quegli elettrodi da bestiame, ma Zangmo rimase cosciente e terrorizzata per l’intera durata del supplizio. La polizia successivamente trasferì le donne a Drapchi, la prigione più temuta di Lhasa. Secondo organizzazioni per i diritti umani come l’International Campaign for Tibet, nel paese ci sono centinaia di prigionieri politici, la maggioranza dei quali appartenenti al clero buddista. In molti sono morti di tortura sotto le grinfie delle autorità cinesi: sottoposti a elettroshock o salassi forzati, o appesi al soffitto. «Cercarono di strapparmi le braccia, mi picchiarono gambe e braccia con sbarre di metallo, e mi inflissero l’elettroshock», ricorda Phuntsog Nyidron, un’altra monaca imprigionata a Drapchi. Dopo ripetuti pestaggi, un monaco di nome Lobsang Choephel si impiccò alle sbarre delle propria cella. La punizione più severa fu riservata a coloro che si erano rifiutati di abbandonare la propria fede. Un giorno, quattro monache che non volevano abiurare alle proprie convinzioni religiose di fronte ai secondini cinesi «furono picchiate selvaggiamente. E morirono insieme». Zangmo fissa il pavimento e comincia a piangere, mentre la voce le si incrina. Un tempo Lhasa era la capitale di un remoto regno dove una lunga teoria di Dalai Lama vigilava su una civiltà infusa di spiritualità, perpetuata in oltre 6000 monasteri e protetta dalla cime innevate dell’Himalaya. In quella terra consacrata, i tibetani hanno costruito una cultura distante e mistica, una fede che ha permeato interamente le loro vite. Secondo Robert Thurman, uno dei più autorevoli studiosi del Tibet, grazie alla loro adorazione di tutto ciò che vive i tibetani hanno preservato il più sofisticato ecosistema della Terra, la sorgente di fiumi che alimentano quasi metà della popolazione mondiale: «Ma è un ambiente così fragile che, una volta scomparso, non potrà ritornare mai più». Lontanissimi dal mondo, i tibetani hanno creato una religione composta di rituali ultraterreni e strutture monumentali. Ancora oggi, il luccicante palazzo bianco del Potala, sede di generazioni di lama, svetta al di sopra dei moderni grattacieli di Lhasa, con le tombe dei passati Dalai alte 15 metri e coperte d’oro e gemme. Per i tibetani, la devozione si incentra sul Dalai Lama, considerato un dio in terra. In un mondo pieno di guerre e consumismo, l’attuale Dalai – che vive in esilio nella città indiana di Dharamsala da quando la Cina occupò il Tibet nel 1959 – è diventato un’icona globale, fonte di ispirazione morale per milioni di persone.

Ma forse per il Tibet si sta avvicinando il momento della fine. Da ormai un decennio Pechino sostituisce sistematicamente i monaci locali più venerati con propri leader fantoccio, torturando e uccidendo coloro che si rifiutano di sottomettersi all’autorità cinese. Invade il Tibet con migliaia di immigrati cinesi, che hanno assunto il controllo dell’economia, trascinando tanti tibetani alla povertà e alla prostituzione. E trascina tentativi di dialogo con il Dalai Lama, con la conseguenza che alcuni militanti hanno accusato il loro dio-guida di aver ceduto a Pechino. Sempre più giovani rifiutano l’impegno nonviolento del Dalai, per seguire invece tattiche da militanti palestinesi. Diversi ribelli hanno fatto irruzione nelle ambasciate cinesi, sgozzato immigrati, abbandonandone poi i cadaveri nelle strade di città rurali come monito per coloro che considerano collaborazionisti. Persino lo stesso Dalai Lama, eternamente ottimista sulla sua patria, non può fare a meno di temere per il futuro. «Questo è un periodo critico per il Tibet», mi dice a una conferenza a New York nell’autunno del 2006. «Non sappiamo cosa succederà». E rivolto alla sua gente: «Davanti a noi c’è l’estinzione».

Nel 1959 la Cina si annesse il Tibet: i soldati di Mao fecero a pezzi monasteri, bombardarono antichi palazzi e uccisero 1.200.000 persone. Migliaia furono quelli passati per le armi; molti di più morirono di privazioni, costretti a sostentarsi unicamente con una brodaglia a base di corteccia e foglie. Ma un simile pugno di ferro non riuscì a distruggere l’identità culturale del Tibet. Alla fine degli anni 80, i tibetani esasperati dall’oppressione cinese iniziarono il contrattacco, scendendo per le strade di Lhasa per chiedere l’indipendenza. Hu Jintao, un oscuro burocrate di partito con un ciuffo alla Elvis, impose la legge marziale, distaccando migliaia di soldati in loco. Ma riuscì solo ad attirare sostegno internazionale alla causa tibetana. Nel 1989 il Dalai Lama ricevette il premio Nobel per la Pace; la lotta del suo popolo affascinò artisti e politici occidentali come Richard Gere, Adam Yauch dei Beastie Boys e lo stesso Congresso degli Stati Uniti, che l’anno scorso ha deliberato il conferimento della Medaglia d’Oro al Dalai. Oggi la Cina ha adottato un approccio più sottile e sofisticato. Il nuovo presidente – Hu Jintao, ancora lui – si è fatto furbo, anche perché brama i miliardi di barili di petrolio e gas scoperti di recente in Tibet per alimentare l’industrializzazione di una Cina affamata di energia. Quindi Pechino ha attuato una nuova politica definita «stretta con due mani»: fagocitare i tibetani e al contempo mettere a tacere con discrezione coloro che si ostinano a pretendere libertà. Hu ha deciso di minare il nucleo stesso dell’identità tibetana: il monaco e la sua autorità insieme spirituale e secolare.

Pubblicamente, la Cina ha annunciato nuove politiche che promuovono la tolleranza nei confronti del buddismo. Pechino ha stanziato fondi per il restauro del palazzo del Potala, e aperto monasteri destinati ai turisti. Ma un monaco anziano, che vive in una fatiscente capanna di fango non lontano dal Potala, descrive quanto accade veramente. «Il monastero è pieno di agenti della sicurezza in borghese. Non esiste un solo istante in cui i monaci possano riunirsi senza sorveglianza. I cinesi istituiscono “campagne patriottiche”, e tutti i monaci sono costretti ad abiurare il Dalai Lama. Quando entrai in monastero, parlare con gli stranieri non era illegale. Oggi sì». Dentro quelle mura, le autorità cinesi dominano l’educazione dei novizi, impedendo ai ragazzi con un passato nell’attivismo politico la condizione di lama e stabilendo un numero chiuso (e indottrinato) di studenti. «La Cina è stata abile nel creare una facciata di libertà sociale e politica», spiega un attivista dei diritti umani. «Non vanno più in giro a spaccare le teste ai monaci, come negli anni 80 e 90». La sera del 4 febbraio 1997, alcuni religiosi del centro del Dalai Lama a Dharamsala stavano traducendo scritture tibetane in una stanza adorna di tende dorate, quando sei uomini armati di coltelli li assalirono. Gli assassini sgozzarono Lobsang Gyatso, un anziano amico intimo del Dalai Lama, pugnalandolo con tale ferocia che il sangue schizzò fin sui muri. Gli altri due monaci presenti furono fatti a pezzi. Benché il convento contenesse manufatti di inestimabile pregio, gli assassini non portarono via nulla di valore. La polizia indiana attribuì gli omicidi a Dorje Shugden, un’oscura setta buddista tibetana che si oppone al Dalai Lama, e molti tibetani sono convinti che la Cina le abbia fornito sostegno finanziario.

La campagna cinese per indebolire i monaci tibetani si impernia sul Panchen Lama, il capo buddista secondo solo al Dalai, che contribuisce a scegliere il nuovo Dalai Lama alla morte del precedente. Analogamente ai lama tibetani più potenti, anche il Panchen è scelto attraverso un antico rituale di reincarnazioni, nel corso del quale l’anima del monaco morto viene riconosciuta in quella di un bambino. Questa tradizione unica è essenziale per il potere dei lama: i tibetani credono che, attraverso la rinascita, l’anima dello stesso Budda riviva nei loro capi. Per trovare il predestinato, i monaci percorrono l’aspro paesaggio del Tibet in lungo e in largo anche per anni, consultando oracoli, visioni e indizi nel cielo o nelle acque del lago Namtso, sull’Himalaya, 4600 metri sopra il livello del mare. Nel corso dell’esame decisivo, i monaci consegnano al bambino scelto gli effetti personali del morto. Se il ragazzino è veramente la sua reincarnazione, li riconosce come propri dalla vita precedente. Questo fino al 1989, quando il decimo Panchen Lama morì di una misteriosa malattia, contratta poco dopo aver pubblicamente criticato il governo cinese. Diversi tibetani pensano a un avvelenamento, e Pechino non ha mai permesso un’indagine in merito. La Cina si ritrovò improvvisamente l’opportunità di assumere il controllo del buddismo tibetano: doveva solo scegliersi il Panchen Lama, che a sua volta avrebbe selezionato un Dalai Lama fantoccio, gradito alle autorità di Pechino. Un anziano monaco che prese parte alla scelta, l’Arjia Rinpoche, fuggì dal Tibet nel 1998 e vive ora in esilio in America. Quando l’anno scorso sono riuscito a rintracciarlo, ho scoperto che aveva scritto un memoriale inedito. Mi parlò al telefono per ore, come un uomo che attendeva da anni di confidarsi. Ritornava ossessivamente a una data: il 29 novembre 1995. Le prime ore di quel mattino, l’Arjia e altri monaci anziani si accalcarono all’interno del Jokhang, il tempio più sacro di Lhasa. Guizzi di lampade al burro di yak proiettavano ombre sui volti di ghignanti divinità guerriere dipinte sui muri. Fumo d’incenso si spargeva per tutto il tempio. Le divinità vegliavano su una piccola urna dorata sopra un tavolo drappeggiato di seta gialla. Era stata portata dai cinesi: ai monaci si era unito un gruppo di funzionari venuti apposta da Pechino e vestiti in eleganti completi moderni. I lama si fissavano l’un l’altro, nervosi. La notte precedente, alcune guardie cinesi li avevano spinti a forza dentro lo Jokhang, attraverso strade deserte pattugliate da soldati, e avevano ordinato loro di prepararsi per una cerimonia, altrimenti, aveva minacciato un funzionario, «vi puniremo senza pietà». Mentre si avvicinava l’alba, con poliziotti cinesi in borghese piazzati ovunque, i monaci iniziarono a scegliere il Panchen Lama. Ma quella scelta era già stata compiuta.

Alla morte del Panchen precedente , alcuni eminenti monaci avevano lavorato in segreto con il Dalai Lama per condurre una ricerca del nuovo lama, secondo le antiche tradizioni. Dopo anni di ricerche, lo avevano identificato in Gedhun Choekyi Nyima, il figlio di una famiglia di pastori del Lhari, una regione del Tibet centrorientale. Il 14 maggio 1995 il Dalai Lama riconobbe Nyima come undicesimo Panchen Lama. Ma il governo cinese reagì furiosamente. I servizi di sicurezza cinese rapirono subito il ragazzo e lo condussero a Pechino. Subito dopo, funzionari cinesi convocarono i monaci a una runione d’emergenza, ordinando loro di sconfessare il Panchen scelto dal Dalai Lama. Quando i monaci ubbidirono, in diretta tv, furono ricompensati con 1250 dollari ciascuno, una fortuna in un paese in cui il reddito annuale pro capite non raggiunge i 500. La Cina poi inviò spedizioni nelle città natali dei ragazzi di suo gradimento per la posizione di Panchen Lama e li trascinò in un luogo appartato. Mentre dentro lo Jokhang si avvicinava l’alba, i funzionari cinesi sistemarono pezzi di avorio contrassegnati con i nomi di ciascun ragazzo all’interno dell’urna dorata. Bomi Rinpoche, un lama designato dal governo cinese, si avvicinò al tavolo. Strofinò i bordi dell’urna, scelse uno dei pezzi e lo passò a Luo Gan, un importante funzionario cinese, che lesse un nome: Gyaincain Norbu, il figlio di 6 anni di un membro del partito, che guarda caso attendeva nella stanza a fianco, vestito dei paramenti sacri. Luo gli disse, stringendogli la mano: «Ama la patria e studia seriamente». Dopo l’incoronazione del piccolo, l’ufficio del Dalai Lama dichiarò la cerimonia «nulla e illegale». Appena nove giorni dopo l’elezione, i funzionari cinesi condussero Norbu a un altro monastero tibetano, vigilato da soldati. Il minuscolo ragazzino fu issato sopra un trono gigantesco e centinaia di monaci furono radunati di fronte a lui e costretti a prostrarsi. Norbu ha svolto diligentemente il proprio compito. Alla prima apparizione pubblica importante, una conferenza di buddisti tenutasi in Cina nell’aprile del 2006, ha lodato Pechino: «La società cinese fornisce un ambiente favorevole alle convinzioni buddiste». Aggiungendo, rivolto ai media cinesi: «Non avremmo potuto raggiungere tutti questi risultati senza la buona guida del partito comunista cinese». Con l’attuale Dalai Lama ormai 72enne, Norbu è nella posizione di giocare un ruolo dominante nel futuro del buddismo tibetano e nella scelta (cinese) del prossimo Dalai.

Nel frattempo, Nyima è svanito nel nulla. Nell’aprile del 2006, Asma Jehangir, un’inviata speciale delle Nazioni Unite per la libertà religiosa, espresse alle autorità cinesi la propria preoccupazione sulla sorte del giovane. Pechino rifiutò di mostrarlo in pubblico, ma informò la Jehangir che «conduceva una vita normale e felice». Secondo tibetani che hanno viaggiato fino alla città natale di Nyima, il ragazzo resta a Pechino, sotto stretta sorveglianza. Probabilmente i funzionari cinesi in qualche occasione lo hanno introdotto di nascosto in Tibet perché possa rivedere la famiglia, ma queste visite non vengono mai annunciate, forse nel timore che molti si radunino intorno all’autentico Panchen, il loro ragazzo-dio. Un tibetano mi ha fornito quella che secondo lui è una fotografia di Nyima, ottenuta da fonti vicine alla famiglia del ragazzo. Lo scatto mostra un bambino dal volto lunare, con i capelli corti. Seduto su un semplice letto in una stanza spoglia, fissa con aria triste e a occhi spalancati la macchina fotografica. Fine della prima parte.

La nostra inchiesta sul destino del Tibet continuerà e si concluderà sul numero di ottobre.